Date Archives dicembre 2013

Il discorso di fine anno di Milena Gabanelli

A fine anno, nella vita come in tv, si replica. Il Capo dello Stato fa il suo discorso, quello del Governo ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, con l’enfasi di un brindisi: “faremo”. Vorremmo un governo che a fine anno dica “abbiamo fatto” senza dover essere smentito. Il Ministro Lupi fa l’elenco della spesa: 10 miliardi per i cantieri, “saranno realizzate cose come piazze, tutto ciò di cui c’è un bisogno primario”. C’è un bisogno primario di piazze e di rotatorie? “Trecentoventi milioni per la Salerno-Reggio Calabria”. Ancora fondi per la Salerno Reggio-Calabria? Fondi per l’allacciamento wi-fi. Ma non erano già nel piano dell’Agenda Digitale? E poi la notizia numero uno: “le tasse sono diminuite”. Vorrei sapere dal premier Letta per chi sono diminuite, perché le mie sono aumentate, e anche quelle di tutte le persone che conosco o che a me si rivolgono. È aumentata la bolletta elettrica, l’Iva, l’Irpef, la Tares. L’acconto da versare a fine anno è arrivato al 102% delle imposte pagate nel 2012, quando nel 2013 tutti hanno guadagnato meno rispetto all’anno prima. Certo l’anno prossimo si andrà a credito, ma intanto magari chiudi o licenzi. E tu Stato, quando questi soldi li dovrai restituire dove li trovi? Farai una manovra che andrà a penalizzare qualcuno. I debiti della pubblica amministrazione con le imprese ammontano a 91 miliardi. A giugno il Governo dichiara: “stanziati 16 miliardi”. È un falso, perché quei 16 miliardi sono un prestito fatto da Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali. E per rimborsare questo mutuo, i comuni, le province e regioni hanno aumentato le imposte. L’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte in un’intervista a Report ha detto “Per non caricare il pagamento dei debiti sui cittadini, si doveva tagliare sul corpo centrale delle spese del Governo, e se non si raggiungeva la cifra… non so.. vendo la Rai!”. 

Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze. A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere? È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.

 

Prendiamo un esempio cruciale: il turismo. Ogni regione ha il suo ente, la sua sede, il suo organico, il suo budget, le sue consulenze, e ognuno si fa la sua campagna pubblicitaria. La Basilicata si fa il suo stand per sponsorizzare Metaponto a Shangai. Ognuno pensa a sé, alla sua clientela (non turistica, sia chiaro) da foraggiare. E alla fine l’Italia, all’estero, come offerta turistica, non esiste. Dal mio modesto osservatorio che da 16 anni verifica e approfondisce le ricadute di leggi approvate e decreti mai emanati che mettono in difficoltà cittadini e imprese, mi permetto di fare un elenco di fatti che mi auguro, a fine 2014, vengano definitivamente risolti.

 

Punto 1. Ridefinizione del concetto di flessibilità. Chi legifera dentro al palazzo forse non conosce il muro contro cui va a sbattere chi vorrebbe dare lavoro, e chi lo cerca. Un datore di lavoro (che sia impresa o libero professionista) se utilizza un collaboratore per più di 1 mese l’anno, lo deve assumere. Essendo troppo oneroso preferisce cambiare spesso collaboratore. Il precario, a sua volta, se offre una prestazione che supera i 5000 euro per lo stesso datore di lavoro, non può fare la prestazione occasionale, ma deve aprire la partita Iva, che pur essendo nel regime dei minimi lo costringe comunque al versamento degli acconti; inoltre deve rivolgersi ad un commercialista per la dichiarazione dei redditi, perché la norma è di tre righe, ma per dirti come interpretare quelle tre righe, ci sono delle circolari ministeriali di 30 pagine, che cambiano continuamente. Il principio di spingere le persone a mettersi in proprio è buono, ma poi le regole vengono rimpinzate di lacci e alla fine la partita Iva diventa poco utilizzabile. Perché non alzare il tetto della “prestazione occasionale” fino a quando il precario non ha definito il proprio percorso professionale? Il mondo del lavoro non è fatto solo da imprese che sfruttano, ma da migliaia di micropossibilità che vengono annientate da una visione che conosce solo la logica del posto fisso. Si dirà: “ma se non metti dei paletti ci troveremo un mondo di precari a cui nessuno versa i contributi”. Allora cominci lo Stato ad interrompere il blocco delle assunzioni e smetta di esternalizzare! Oggi alle scuole servono 11.000 bidelli che costerebbero 300 milioni l’anno. Lo Stato invece preferisce dare questi 300 milioni ad alcune imprese, che ricavano i loro margini abbassando gli stipendi (600 euro al mese) e di conseguenza i contributi. Che pensione avranno questi bidelli? In compenso lo Stato non ha risparmiato nulla…però obbliga un libero professionista o una piccola impresa ad assumere un collaboratore che gli serve solo qualche mese l’anno. Il risultato è un incremento della piaga che si voleva combattere: il lavoro nero.

Punto 2. Giustizia. Mentre aspettiamo di vedere l’annunciata legge che archivia i reati minori (chi falsifica il biglietto dell’autobus si prenderà una multa senza fare 3 gradi di giudizio), occorrerebbe cancellare i processi agli irreperibili. Oggi chi è beccato a vendere borse false per strada viene denunciato; però l’immigrato spesso non ha fissa dimora, e diventa impossibile notificare gli atti, ma il processo va avanti lo stesso, con l’avvocato d’ufficio, pagato dallo Stato, il quale ha tutto l’interesse a ricorrere in caso di condanna. Una macchina costosissima che riguarda circa il 30% delle sentenze dei tribunali monocratici, per condannare un soggetto che “non c’è”. Se poi un giorno lo trovi, poiché la legge europea prevede il suo diritto a difendersi, si ricomincia da capo. Perché non fare come fan tutti, ovvero sospendere il processo fino a quando non trovi l’irreperibile? Siamo anche l’unico paese al mondo ad aver introdotto il reato di clandestinità: una volta accertato che tizio è clandestino, anziché imbarcarlo subito su una nave verso il suo paese, prima gli facciamo il processo e poi lo espelliamo. Una presa in giro utile a far credere alla popolazione, che paga il conto, che “noi ce l’abbiamo duro”.

 

Punto 3. L’autorità che vigila sui mercati e sul risparmio. Dal 15 dicembre, scaduto il mandato del commissario Pezzinga, la Consob è composta da soli due componenti. La nomina del terzo commissario compete al Presidente del Consiglio sentito il Ministro dell’Economia ed avviene con decreto del Presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno un paio di mesi di burocrazia una volta che si sono messi d’accordo sul nome. Ad oggi l’iter non è ancora stato avviato e l’Autorità non assolve il suo ruolo indipendente proprio quando si deve occupare di dossier strategici per il futuro economico-finanziario del Paese come MPS, Unipol-Fonsai e Telecom. Di fatto Vegas può decidere come vigilare sui mercati finanziari e sul risparmio, direttamente da casa, magari dopo essersi consultato con Tremonti (che lo aveva a suo tempo indicato), visto che il voto del Presidente vale doppio in caso di parità, e i Commissari hanno facoltà di astensione. Perché il Governo non si è posto il problema qualche mese fa, e perché non si è ancora fatto carico di una nomina autorevole, indipendente e in grado di riportare al rispetto delle regole?

Punto 4. Ilva. È alla firma del Capo dello Stato il decreto “terra dei fuochi”, dentro ci hanno messo un articolo che autorizza l’ottantenne Commissario Bondi a farsi dare i circa 2 miliardi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano. Ottimo! Peccato che non sia specificato che quei soldi devono essere investiti nella bonifica. Inoltre Bondi è inadempiente, ma il decreto gli da una proroga di altri 3 anni, e se poi non sarà riuscito a risanare, non è prevista nessuna sanzione. Nel frattempo che ne è del diritto non prorogabile della popolazione a non respirare diossina? Ovunque, di fronte ad un disastro ambientale, si sequestra, si bonifica e i responsabili pagano. Per il nostro governo si può morire ancora un po’.

Come contribuente e come cittadina non mi interessa un governo di giovani quarantenni. Pretendo di essere governata da persone competenti e responsabili, che blaterino meno e ci tirino fuori dai guai. Pretendo che l’età della pensione valga per tutti, che il rinnovo degli incarichi operativi non sia più uno orrendo scambio di poltrone fra la solita compagnia di giro. Pretendo di essere governata da una classe politica che non insegna ai nostri figli che impegnarsi a dare il meglio è inutile.

Milena Gabanelli (da Corriere.it)

Giorgio Napolitano: lettera ai presidenti delle Camere e al premier

Citando il caso del dl Salva Roma,”cui sono stati aggiunti 10 articoli per 90 commi”, il presidente Napolitano ripropone nel suo messaggio “la necessità di verificare con il massimo rigore la ammissibilità degli emendamenti ai decreti legge”. “Rinnovo – conclude Napolitano dopo aver citato sentenze della Consulta e propri precedenti interventi in materia – l’invito ad attenersi nel valutare l’ammissibilità di emendamenti ai decreti legge a criteri si stretta attinenza all’oggetto del provvedimento, anche adottando opportune modifiche dei regolamenti parlamentari”.

 

Parla l’immobiliarista Sergio Scarpellini, proprietario dei palazzi della Casta. “Perché con i 369 milioni di euro che hanno speso per le locazioni, non hanno direttamente acquistato gli immobili?”

“Io facevo il fornaretto. Me so’ comprato un piccolo immobile, poi l’ho venduto, poi un altro e un altro ancora. E so’ diventato Sergio Scarpellini. C’ho 76 anni e mi sveglio presto, mai dopo le cinque. Ho coccolato la politica: bei posti, ristrutturati, pulitissimi, pregiati e ora mi sbattono sui giornali”.

Dal lontano ’97, senza un bando pubblico, il romano Scarpellini ospita la politica: uffici per laCamera, un tempo per il Senato, e il Tribunale amministrativo regionale (Tar) e pure il Comune. La cifra, esatta, fa 48 milioni di euro l’anno, compresi i dipendenti che ci lavorano e sempre Scarpellini retribuisce. Montecitorio spende 30,5 milioni di euro a ogni bilancio, i contratti d’affitto non sono unici: tre per i tre palazzi Marini, scadenze dal 2016 al 2018. Il Movimento Cinque Stelle ha tentato di eliminare il rapporto inossidabile con Scarpellini, poi un emendamento delPartito democratico ha rimesso le clausole e poi ancora un cambio. Le interpretazioni sono varie, però “er fornaretto” non è preoccupato.

Scarpellini, la Camera vi lascia.
La rescissione con un mese di preavviso è contro la legge, contro la Costituzione e contro le regole. Se mi assumono il personale, cinquecento dipendenti, me ne vado subito. Io sono pentito, non lo farei più. Ho buttato una balena di soldi, perché non lo dicono questi politici?

Perché?
Non hanno coraggio.

Ha finanziato partiti di destra e sinistra, circa 650.000 euro negli ultimi tredici anni, li considera irriconoscenti?
Io non mi aspettavo nulla. Che farebbe al posto mio? Durante la campagna elettorale vengono qui bianchi, rossi e verdi e noi un contributo lo diamo sempre. A tutti. Gli imprenditori romani fanno così.

Come mai?
Un’abitudine. Non lo facciamo mica per piacere…

Come finirà?
Io rispetto i termini previsti dai contratti, mi riprendo i palazzi e ci faccio alberghi di lusso, però devo sbattere in mezzo a una strada più di 500 ragazzi.

La Camera poteva comprare questi palazzi?
Se volevano con questo denaro che mi hanno dato, circa 369 milioni di euro per le locazioni (più i servizi si supera il mezzo miliardo, ndr), un paio li potevano acquistare. Avevano una opzione, perché non l’hanno sfruttata? Se mi chiamano, vendo di corsa. Anzi, ci metto pure un fiocco su, però si devono prendere il personale. Per me questa storia è diventata una rogna. E la Camera ci risparmia.

Addirittura?
Sì, un commesso di Montecitorio costa più di 75.000 euro lordi! E poi i deputati non vogliono ricevere amici e colleghi ai semafori. Vogliono una scrivania, un ingresso, un salotto e noi li abbiamo accontentati. Pure la mensa è nostra! Ma basta infamie, querelo quelli che dicono stronzate.

Perché non s’è fatta una regolare gara d’appalto?
Non potevano. I palazzi vicini erano i miei, potevano venire soltanto da me.

La politica la fa arrabbiare.
Non può sapere quanto. Io non faccio politica, conosco tutti, destra e sinistra. Ho 76 anni, troppo tardi per scendere in campo. Non ho mai ricevuto qualcosa di buono.

Il piano regolatore di Alemanno l’ha trovato conveniente, no?
Per la Romanina, dice? Bè, quando il pubblico è squattrinato chiede soccorso al privato. È vero che Alemanno ha aumentato i metri cubi per costruire, ma io dovrò spendere 364 milioni per fare le fogne e la metro.

Vota a sinistra?
Mah. Forse dicono che sono di sinistra perché il Partito democratico mi paga l’affitto per la sede nazionale.

Non era dei monaci scolopi?
Sì, però i preti si fidano di me e mi fanno gestire il Nazareno. Ha visto che bella sala stampa ho creato per il Pd?

Insomma, dove si posiziona Scarpellini?
Io non sono né di sinistra né di centro o di destra, sono di tutti. Tifo per la Roma e vado a vedere pure la Lazio. Sono un imprenditore da larghe intese. Ma ricordi: chi lavora seriamente fa i soldi, io non conto sui politici. Se mi chiedono un aiuto, li aiuto, però loro non fanno nulla per me.

Ci va a Montecitorio?
Non più. Mi hanno descritto come un mostro, un orco. Mi guardano come se fossi un ladro. Quelli che sparano cazzate, se potessi, li acchiapperei e li ammazzerei. Buone feste, comunque.

da Il Fatto Quotidiano del 24 dicembre 2013 

Le lobby ordinano i partiti eseguono

RESET 20 dicembre: Il portavoce alla Camera del M5S Vincenzo Caso ci racconta la denuncia senza precedenti di una forza parlamentare contro l’azione di pressione delle lobby per ottenere privilegi, sconti o vantaggi in genere dalle leggi in approvazione dal Parlamento italiano, attraverso emissari privati che hanno accesso ai palazzi del potere (con permessi dati da chi?) e che pilotano provvedimenti ed emendamenti a loro favore con l’appoggio silenzioso (fino ad ora) dei partiti politici.
Conduce Matteo Ponzano

 

 

La stupida convinzione tutta italiana che ci sono troppi laureati.

In tempo di crisi sono molti i giovani che s’interrogano sull’utilità di frequentare l’università dopo il diploma. Eppure l‘opinione pubblica è convinta che nel nostro Paese ci siano troppi laureati, che i ragazzi puntino al “pezzo di carta” pur sapendo di dover fronteggiare anni di lavoro “umile” (camerieri, cassieri al supermercato, commessi …) prima di poter aspirare ad un impiego compatibile con la specializzazione ottenuta dopo anni di università.

Le cose, in realtà, sono un po’ diverse. In Italia meno di un lavoratore su cinque è laureato. In Gran Bretagna sono più del doppio. Non è tutto: solo il 30% dei 19enni italiani si immatricolano all’Università. E 17 su 100 di quelli che si iscrivono, abbandonano nel corso del primo anno. Spesso i problemi sono a monte: se tornassero ai tempi dell’iscrizione alla scuola superiore, 44 diplomati su cento cambierebbero l’indirizzo di studi. La scelta sbagliata è dovuta, nella maggior parte dei casi, all’ambizione dei genitori che non ammettono per i propri figli scelte diverse rispetto al liceo. Oggi, infatti, 82 immatricolati su cento provengono da famiglie i cui genitori non hanno esperienza di studi universitari.
Anche se uno studente su due sceglie ancora il liceo, negli ultimi due anni c’è stato un leggero aumento di iscrizioni negli istituti tecnici e professionali, una scelta forse dettata dalla necessità di “volare basso”, facendo i conti con una realtà che vede più del 40% di giovani disoccupati. Meglio, dunque, puntare sui mestieri che sulle professioni.

Ma qual è l’identikit delle matricole che si sono appena iscritte negli atenei italiani?

AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario nato nel 1994 per favorire e monitorare l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro, ha recentemente presentato, nella sede del ministero dell’Istruzione, ilnuovo Profilo dei diplomati che hanno superato l’esame di maturità lo scorso luglio.
Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, ha presentato il profilo dei 48.272 diplomati di 347 istituti scolastici di Lazio, Puglia, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria.
Generalmente, i diplomati si dichiarano piuttosto soddisfatti della propria esperienza scolastica: 31 su 100 si dichiarano addirittura «molto soddisfatti». Una nota positiva: nonostante l’opinione pubblica non sia certo clemente nel giudicare i docenti (nella maggior parte dei casi non a ragion veduta), i ragazzi intervistati esprimono apprezzamenti nei confronti degli insegnanti, sia per la loro preparazione sia per la disponibilità al dialogo. L’80% dei diplomati li ritiene competenti, il 74% ne ha apprezzato la chiarezza espositiva e il 65% esprime parere favorevole sulla loro capacità di valutazione. Più critici sono i giudizi che riguardano le strutture scolastiche: laboratori inadeguati per uno su due, aule soddisfacenti solo per il 51% degli studenti, impianti e attrezzature sportive per 48 su cento.
L’organizzazione scolastica pare non eccellere: solo il 64% dei diplomatile giudica positivamente le attività di recupero per chi ha debiti formativi , e solo il 58% ritiene di aver avuto il corretto supporto all’orientamento per le scelte post-diploma universitarie o lavorative. La tecnologia, nonostante gli sforzi dell’ex ministro Profumo, nelle scuole italiane pare essere una sorta di cenerentola: solo il 56% dichiara di aver ottenuto un supporto alla didattica attraverso l’utilizzo di pc e in genere delle nuove tecnologie.
Non particolarmente efficaci sono ritenute le attività extracurricolari come gli approfondimenti culturali e gli incontri con le aziende e le attività pratiche durante l’orario scolastico (laboratori, stage), lodate solo dal 54% degli studenti intervistati.

Giovani in grado di esprimere critiche ma anche di saper valutare la qualità degli studi superiori in modo onesto. Se le critiche fossero costruttive, cioè servissero a migliorare l’offerta delle scuole italiane, ci sarebbe già materiale su cui lavorare. Ma, si sa, in Italia si tende a risparmiare sull’istruzione. Non solo, manca l’incentivazione per gli studenti migliori e la capacità di venire incontro a quelli che si trovano in difficoltà e che, se non hanno abbandonato gli studi superiori, sono candidati ad essere annoverati tra gli 83 che lasceranno l’università entro il primo anno, andando ad aumentare la già cospicua percentuale di giovani disoccupati.

Questa è l’Italia. Una volta, forse, era il Bel Paese.